Le foto qui pubblicate sono tratte dal libretto universitario 1946-1950. Provenienza  per gentile concessione dell'Archivio storico dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.

Tina Anselmi e la cultura del lavoro

di Aldo Carera

A proposito delle iniziative dedicate quest’anno a Tina Anselmi ( 1927 -2016), meriterebbe un sintetico approfondimento il tema della cultura del lavoro che ne ha ispirato l’azione. Spunti significativi, anche se indiretti, sono stati offerti dal convegno Tina Anselmi e la riforma del lavoro, organizzato dalle fondazioni intitolate a Ezio Tarantelli, Giuseppe Corazzin e Giulio Pastore con il patrocinio del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Roma, CNEL, 9 luglio 2026), e dal quaderno Tina Anselmi, ministro del lavoro 1976-2026, curato da Mauro Pitteri e presentato in quell’occasione, oltre che, in particolare, dal volume dello stesso Pitteri, Tina Anselmi. Una vita per le donne (EdizioniLavoro, 2023).

1. La cultura del lavoro: per una definizione pertinente

La cultura del lavoro di una persona è l’insieme dei valori, delle convinzioni, degli atteggiamenti e dei comportamenti attraverso cui essa interpreta il significato del lavoro e il ruolo che esso assume nel sistema economico e sociale. Rappresenta il modo in cui l’individuo attribuisce senso alla propria attività lavorativa e la collega alla sua identità, alla partecipazione alla vita civile e a una ben definita concezione della società. La cultura del lavoro di Tina Anselmi è maturata dall’unione delle competenze professionali con la coscienza civica, la partecipazione democratica e la tensione alla costruzione del bene comune. In questa impostazione si riconoscono i contenuti religiosi e culturali del cattolicesimo sociale, che affermano la centralità e la dignità della persona che lavora, definiscono il rapporto tra diritti e doveri e riconoscono il valore sociale del lavoro. Nella sua concretezza, la cultura del lavoro prende forma dall’incontro tra le condizioni materiali di vita, le esperienze lavorative e la partecipazione attiva alle comunità e alle organizzazioni sociali.

Questa pluralità di fattori ha operato lungo tutto l’arco della vita di Tina Anselmi, a partire dalle prime rappresentazioni del lavoro recepite in famiglia e nell’ambiente sociale d’origine. In tale contesto apprese il valore dell’impegno e del sacrificio, l’attitudine ad assumersi responsabilità, la disciplina, l’apertura alla cooperazione, il rispetto delle norme sociali e dei doveri verso la comunità, nonché il rapporto con l’autorità. A questo patrimonio si aggiunsero esperienze personali e collettive drammatiche, vissute durante la partecipazione giovanile alla ricostruzione morale e civile del Paese negli anni della Resistenza e da sindacalista  nel settore tessile. Furono anni nei quali il sindacalismo di tradizione cattolica attraversò profonde discontinuità organizzative — dalla Cgil unitaria alla Libera Cgil fino alla Cisl — mantenendo tuttavia saldi riferimenti valoriali e una innovativa concezione della partecipazione sociale.

Per quanti hanno vissuto quella stagione, in particolare nella fase originaria della Cisl sotto l’influenza del pensiero di Mario Romani, la cultura del lavoro non era una teoria economica né una dottrina politico-ideologica. Costituiva piuttosto un elemento centrale di una interpretazione complessa del lavoro come fatto umano e sociale, storicamente declinato nella varietà delle forme lavorative, degli assetti istituzionali e delle culture politiche e sociali. In questa prospettiva il sindacato, oltre a tutelare interessi e gestire il conflitto industriale, era riconosciuto come soggetto attivo nella costruzione di una cultura del lavoro di valenza storica, cioè capace di lasciare un’impronta duratura nel tempo.

Questa visione conduce all’idea che la vita lavorativa e, per diretta estensione, la vita sociale e l’affermazione dei diritti di cittadinanza dei lavoratori si sviluppino lungo una direttrice di progresso sulla quale l’uomo può intervenire responsabilmente. È questo il filo conduttore che unisce azione sindacale, azione sociale e azione politica nel percorso storico di Tina Anselmi, così come in quello di molti appartenenti alla sua generazione.

2. Nel mondo delle filandine

Tina Anselmi rappresenta un caso esemplare di elaborazione e traduzione istituzionale di una specifica cultura del lavoro maturata nell’esperienza sindacale del dopoguerra. L’impegno sindacale costituiva la naturale continuazione dell’esperienza resistenziale.

Attraverso il sindacato, la libertà conquistata nella lotta antifascista poteva tradursi in libertà e giustizia nei luoghi di lavoro. Non a caso, nelle ricostruzioni biografiche dedicate ad Anselmi, Resistenza, sindacato e democrazia compaiono come dimensioni strettamente connesse.

Il duro mondo delle filandine, lavoratrici spesso «maltrattate e mal pagate», rappresentò una vera esperienza formativa. I salari estremamente bassi, le scarse tutele e l’assenza di opportunità di promozione sociale costituivano una sfida quotidiana per chi si ispirava a una concezione del lavoro fondata sulla centralità della persona e sulla dignità del lavoratore. Per la giovane sindacalista di filanda, le lotte per il miglioramento delle condizioni materiali e lo stesso conflitto sindacale andavano oltre la semplice rivendicazione e si configuravano come una autentica scuola di cittadinanza e di democrazia.

Girando in bicicletta tra fabbriche e filande, organizzando assemblee e vertenze per le lavoratrici tessili Anselmi maturò l’idea di un sindacato come strumento di promozione della persona e di educazione alla democrazia, non semplicemente come organizzazione orientata alla tutela e alla rivendicazione. Le lavoratrici che la seguirono nelle vertenze, negli scioperi e nell’occupazione che nel 1948 le costò l’arresto, furono protagoniste della lotta sindacale prima ancora che l’ordinamento pubblico riconoscesse pienamente i loro diritti, sempre in modo tardivo e sempre incompleto.

L’incontro quotidiano con le lavoratrici tessili contribuì a formare quella sensibilità verso le discriminazioni di genere che sarebbe riemersa, negli anni successivi, nella sua attività politica. Fu lei stessa a sottolineare, da ministro del Lavoro, che la lunga militanza sindacale le aveva consentito di conoscere da vicino la cultura, la psicologia e i bisogni concreti dei lavoratori, nonché le esigenze di tutela delle categorie più marginali e meno protette.

Lo stile peculiare di Tina Anselmi nei confronti delle lavoratrici non consistette tanto nell’aver promosso un «sindacalismo delle donne» separato dal resto dell’azione sindacale, quanto nell’aver contribuito a rendere il sindacato maggiormente attento alla condizione femminile e nell’aver aperto alle donne spazi di rappresentanza e di leadership fino ad allora difficilmente accessibili. In questo senso Anselmi rappresenta un ponte tra le prime generazioni di lavoratrici organizzate nel dopoguerra, le successive politiche di parità nel lavoro e quanto ancora oggi resta da fare affinché le donne possano beneficiare delle stesse opportunità di partecipazione, rappresentanza e valorizzazione professionale di cui dispongono gli uomini.

3. Convergenze sindacali

Nella visione di Anselmi, la libertà conquistata nella lotta antifascista doveva trovare una traduzione concreta nei luoghi di lavoro e nelle organizzazioni sociali. Si delineava così un nesso profondo tra democrazia politica e democrazia sociale, destinato ad accompagnare l’intera sua attività pubblica. Il lavoro diventava pertanto una componente essenziale della cittadinanza democratica e della partecipazione responsabile alla vita della comunità nazionale.

Questa impostazione presenta significative convergenze con la cultura del sindacalismo di tradizione cattolica sviluppata dalla Cisl delle origini. L’adesione di Anselmi al sindacato associativo di Giulio Pastore (i due ebbero occasione di conoscersi al Congresso di Firenze della Cgil, nel giugno 1947) non rappresentò soltanto una scelta organizzativa. Corrispose all’inserimento in una tradizione che valorizzava l’autonomia sindacale, la partecipazione democratica e il ruolo dei corpi intermedi nella promozione integrale della persona. In tale prospettiva il sindacato veniva concepito come soggetto educativo e costruttore di democrazia, oltre che come organismo di rappresentanza degli interessi dei lavoratori.

Il ruolo di Tina Anselmi nella Cisl è stato importante soprattutto sul piano culturale e simbolico. Può essere considerata una delle espressioni più significative della cultura sindacale cislina trasferita nell’ambito delle istituzioni. L’adesione di Anselmi al sindacato non fu certo casuale, ma va ricondotta pienamente a quel filone culturale che collega formazione, rappresentanza e cittadinanza sociale. Se Giulio Pastore ha rappresentato il momento dell’organizzazione sindacale e Mario Romani quello dell’elaborazione culturale, Tina Anselmi si è distinta, come pochi altri, nell’incarnarne la traduzione istituzionale e legislativa. In altre parole, ha trasferito nel linguaggio delle politiche pubbliche e dei diritti concreti molti dei principi che la Cisl aveva contribuito a maturare: la dignità del lavoro, la partecipazione, l’autonomia, la promozione della persona e la responsabilità sociale.

Il nesso più fecondo tra Pastore e Anselmi non è tanto biografico quanto culturale. Pastore, sin dai tempi della Cgil unitaria e prima del passaggio alla politica nel 1958, contribuì a dare forma al contesto sindacale nel quale Anselmi maturò la propria esperienza. Anselmi, a sua volta, dimostrò come quella cultura potesse tradursi in legislazione sociale, parità di genere e cittadinanza democratica del lavoro.

Il legame con Mario Romani può essere colto soprattutto nell’importanza attribuita da entrambi alla traduzione operativa dei principi in cui si riconoscevano: per Romani attraverso l’elaborazione culturale e sindacale, per Anselmi attraverso l’azione politica e istituzionale. In entrambi i casi, la cultura del lavoro non rimane un patrimonio teorico o ideale, ma si traduce in responsabilità, partecipazione e costruzione di istituzioni capaci di promuovere la dignità della persona che lavora.

4. La questione femminile

L’elemento maggiormente innovativo dell’esperienza di Tina Anselmi riguarda tuttavia la questione femminile. A differenza di molti dirigenti sindacali e politici della sua generazione, Anselmi guardò il mondo del lavoro attraverso l’esperienza concreta delle donne lavoratrici. Il confronto quotidiano con le operaie tessili contribuì a far maturare in lei la convinzione che la dignità del lavoro non potesse realizzarsi pienamente in presenza di discriminazioni di genere, tanto nei luoghi di lavoro quanto all’interno delle stesse organizzazioni sindacali.

Al I Congresso nazionale della Cisl (novembre 1951), per Giulio Pastore la «questione femminile» costituiva soltanto una componente delle più generali difficoltà del proselitismo sindacale. Non erano ancora maturi i tempi per dare pieno riscontro alle richieste avanzate, nel medesimo Congresso (36 donne su 786 delegati), da Ester Angiolini e Ines Ferro affinché la Cisl diventasse più accogliente verso le donne e maggiormente attenta alle loro specifiche rivendicazioni. Anche la partecipazione femminile alla formazione sindacale restava assai limitata: nei primi due corsi della Scuola superiore per la preparazione sindacale (1951/52 e 1952/53), i cosiddetti «corsi lunghi», una sola donna risultava presente tra i 44 allievi. La situazione sarebbe progressivamente cambiata a partire dalla metà degli anni Cinquanta, quando tuttavia Tina Anselmi aveva già lasciato da tempo l’impegno sindacale attivo.

Le esperienze maturate negli anni del sindacato trovarono però una significativa traduzione nell’attività legislativa successiva, contribuendo idealmente a confluire nella legge n. 903 del 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. In attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza e di tutela del lavoro femminile, come ben noto, la legge estendeva il divieto di discriminazione all’accesso al lavoro, alla retribuzione, alla carriera e alla tutela previdenziale. La parità cessava così di essere una semplice aspirazione morale per assumere il valore di principio giuridico e istituzionale.

Dal punto di vista della cultura del lavoro, il contributo di Tina Anselmi consiste nell’aver affermato che la dignità della persona che lavora non può essere separata dall’effettiva parità tra uomini e donne. Si tratta di una convinzione che rinvia direttamente alla sua formazione sindacale e, più in generale, alla tradizione del cattolicesimo sociale di orientamento democratico.

L’attività di Anselmi non si esaurisce, tuttavia, nell’ambito delle politiche del lavoro. Il passaggio dal Ministero del lavoro al Ministero della sanità evidenzia una concezione più ampia della cittadinanza sociale. L’attenzione alle categorie più deboli, la tutela dei diritti universali e la promozione dell’accesso ai servizi fondamentali costituiscono infatti elementi di continuità che collegano l’azione sindacale, l’impegno legislativo e le successive responsabilità di governo.

La stessa difesa delle istituzioni democratiche, manifestata nell’attività svolta alla guida della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, può essere interpretata come la prosecuzione di una concezione della democrazia fondata sulla partecipazione, sulla trasparenza e sulla responsabilità dei cittadini. In questa prospettiva, il lavoro, i diritti sociali e la qualità delle istituzioni democratiche appaiono come dimensioni strettamente connesse di un medesimo progetto di promozione della persona e del bene comune.

5. Senza dimenticare Armida Barelli

In una prospettiva storiografica più ampia, la formazione della giovane Tina Anselmi può essere collocata all’interno della tradizione del cattolicesimo sociale femminile. Ancora adolescente, Anselmi trovò nella Gioventù femminile di Azione Cattolica trevigiana, profondamente segnata dall’impostazione educativa di Armida Barelli, il primo e più importante laboratorio della propria formazione civile, religiosa e sociale.

La GF era un’associazione religiosa diffusa in tutta la penisola — nel 1939 contava 863 mila iscritte — che curava la formazione integrale delle giovani donne preparandole ad assumere responsabilità nella Chiesa e nella società. Favorendo il protagonismo dei laici, la Gioventù Femminile educava alla responsabilità personale, alla partecipazione associativa, al servizio della comunità e alla consapevolezza dei problemi sociali. Svolse inoltre un’importante azione di promozione di una classe dirigente femminile cattolica e democratica, non omologata al regime, dalla quale uscirono numerose figure impegnate nel sociale, nella politica e nell’associazionismo, tra cui la stessa Tina Anselmi. Nella successiva esperienza di partigiana, sindacalista e parlamentare emerge infatti una concezione della fede non intimistica, ma orientata alla trasformazione della realtà sociale e alla difesa della dignità umana.

Ci furono anche coincidenze, forse casuali. Se si pensa alla grande devozione di Barelli per il Sacro Cuore, viene da notare che Tina ha frequentato l’Istituto magistrale delle suore del Sacro Cuore di Gesù a Bassano del Grappa prima di immatricolarsi il 27 novembre 1945 all’omonimo ateneo milanese. Il 9 novembre 1951 si laureò in Materie letterarie presso la Facoltà di Magistero con una tesi di Storia dell’arte su La fortuna di Giorgione, discussa con l’eminente storica dell’arte Eva Tea, terziaria francescana che si distingueva per le iniziative formative e ricreative rivolte ai giovani meno abbienti.

Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta Armida Barelli, anch’essa terziaria francescana e ora beata della Chiesa cattolica, rappresentò un punto di riferimento per molte giovani, tanto nella GF quanto in Università Cattolica. Notevole fu il suo impegno nel promuovere un apostolato attivo delle donne nella società. Emblematico, in questo senso, fu il suo contributo alla mobilitazione femminile per l’esercizio consapevole del diritto di voto il 2 giugno 1946.

Armida Barelli aveva una concezione profondamente educativa, spirituale e sociale del lavoro. Una sua celebre espressione — «La preghiera si trasforma in volontà, la volontà in lavoro, il lavoro in preghiera e in atto» — riassume efficacemente quel legame tra fede, formazione e impegno concreto che caratterizzò tutta la sua esperienza. Il lavoro era luogo di testimonianza cristiana e di trasformazione della realtà. Proprio per questo richiedeva competenze, responsabilità, disciplina e coscienza morale da coltivare per tempo: la formazione precedeva sempre l’azione.

Barelli dedicò gran parte della propria vita ad affermare il protagonismo femminile nella società, nella cultura e nelle professioni. Attraverso l’Università Cattolica e le organizzazioni femminili favorì l’accesso delle donne ai percorsi di studio e ai ruoli di responsabilità, contribuendo in modo significativo alla loro emancipazione sociale. Le donne erano chiamate a essere parte di una classe dirigente in grado di orientare la vita economica, sociale e politica secondo principi etici e di servizio. L’Università Cattolica, in questa prospettiva, doveva formare persone competenti ma anche moralmente responsabili. La sua operosità e il suo straordinario spirito organizzativo si fondavano sulla dedizione, sulla capacità progettuale e sull’attenzione alla concreta realizzazione delle iniziative. Il lavoro era concepito come una forma di corresponsabilità nei confronti della comunità.

Se Armida Barelli rappresenta prevalentemente la dimensione educativa e associativa di tale tradizione, Tina Anselmi ne costituisce la declinazione sindacale e politico-istituzionale. Entrambe condividono una visione personalistica del lavoro ma mentre Barelli opera soprattutto sul terreno della formazione, Anselmi trasferisce quegli stessi principi nell’ambito dei diritti, della rappresentanza politica e della cittadinanza sociale.

Il legame più profondo tra le due risiede nella comune convinzione che il lavoro sia insieme vocazione, formazione, servizio e responsabilità sociale. Il lavoro delle donne e degli uomini viene concepito come ambito privilegiato di emancipazione della persona, di promozione della dignità umana e di costruzione della comunità. Uno spazio nel quale rendere concreta, nella storia, una visione cristianamente ispirata.

6. Una cultura del lavoro per la democrazia

La cultura del lavoro, come si è accennato, è un concetto complesso che, nel caso di Tina Anselmi, si configura come una sintesi originale tra cattolicesimo sociale, sindacalismo cislino, cittadinanza democratica ed emancipazione femminile. Nella loro intima coerenza, vicenda umana, sindacale e politica suggeriscono di posizionare la cultura del lavoro tra i principi ordinatori della sua intera esperienza civile. Il lavoro assurge a luogo nel quale si formano responsabilità individuali, relazioni sociali, partecipazione democratica e cittadinanza.

L’esperienza di Anselmi conferma che tale cultura è il risultato di percorsi educativi, appartenenze associative e pratiche sociali concrete. L’Azione cattolica, la Resistenza, il sindacato e successivamente l’attività parlamentare e di governo rappresentano le tappe di una formazione coerente, nella quale la tutela dei diritti si accompagna costantemente alla valorizzazione della responsabilità personale e collettiva.

La sua azione pubblica testimonia inoltre che l’emancipazione femminile non costituisce un tema separato rispetto alla cultura del lavoro, ma una sua componente essenziale. La piena cittadinanza delle donne nella società e nei luoghi di lavoro appare infatti come una condizione necessaria per l’effettiva realizzazione dei principi di dignità, uguaglianza e partecipazione.

Riletta a distanza di decenni, la cultura del lavoro di Tina Anselmi conserva una significativa attualità. Di fronte alle trasformazioni tecnologiche, organizzative e demografiche che attraversano il mondo del lavoro contemporaneo, il richiamo alla centralità della persona, alla funzione educativa delle organizzazioni sociali, alla partecipazione democratica e alla responsabilità verso la comunità continua a rappresentare un criterio di orientamento e di giudizio.

È probabilmente in questa capacità di tenere insieme lavoro, democrazia, cittadinanza e promozione della persona che risiede l’eredità più significativa di Tina Anselmi: un patrimonio culturale e civile che appartiene non soltanto alla storia del sindacalismo o della politica italiana, ma più in generale alla storia della democrazia repubblicana.

A.C

Le foto qui pubblicate sono tratte dal libretto universitario 1946-1950.

Provenienza  per gentile concessione dell’Archivio storico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.