Sul «movimento» della qualità della vita di lavoro, a cura di Michele Colasanto. Milano: Franco Angeli, c1982. 117 p. (Fondazione Giulio Pastore. Economia e sociologia del lavoro; 1).

Quale l’interesse oggi di una riflessione sulla qualità del lavoro? L’interrogativo, apparentemente retorico, si giustifica invece sulla base di un duplice ordine di considerazioni. A distanza di anni ormai dall’avvio di quell’insieme di proposizioni, sperimentazioni e interventi che è stato definito «movimento» per la qualità della vita di lavoro, quest’ultima in realtà appare ancora un qualcosa di aggiuntivo nell’ambito degli interessi dei vari attori sociali, tale comunque da risentire non poco degli effetti dell’attuale lunga e difficile fase recessiva; ciò fra l’altro tanto più in ragione della debolezza degli specifici contesti economico-produttivi, come avviene nel caso italiano.

Accanto a questo «gap» in termini attuativi, di politiche del lavoro, si avverte sempre più l’esigenza di una fondazione teorica dello stesso concetto di qualità della vita di lavoro, oggi in verità presente più nel dibattito socio – politico e sindacale piuttosto che in sede di ricerca scientifica e più in forma esigenziale e tautologica che non analitica e propositiva.

E’ in rapporto all’esigenza di approfondimento quale emerge da queste considerazioni che si giustificano i contributi del presente volume, i quali se da una parte mirano a sviluppare una più ampia conoscenza di quanto oggi esiste come «consolidato» in materia di qualità della vita di lavoro, dall’altra evidenziano la necessità di disporre, per quest’ultima, di ipotesi le meno riduttive possibili, tali comunque da raccordarsi con quanto si va elaborando in tema di qualità della vita tout court.

In particolare, i contributi dedicati all’attività della Fondazione Europea di Dublino e a quella della Work Research Unit di Londra documentano gli orientamenti oggi presenti in due esperienze particolarmente significative. Quello di Elliot Stern e Michael Foster (due studiosi del Tavistock Institute) dà conto delle ragioni, teoriche e non, che fanno della vita di lavoro un «movimento» e quello di Michele Colasanto, dedicato al caso italiano, sottolinea l’esigenza di una maggiore attenzione alle interconnessioni con le più generali trasformazioni oggi in atto.